23 maggio, almeno quest’anno c’è il silenzio delle passerelle retoriche

23 maggio. È il giorno del doveroso ricordo della Strage di Capaci. Ma è anche quello della retorica, delle frasi fatte, delle incoerenze.

Oggi, come sempre è successo, molti quotidiani si prodigano a pubblicare il racconto di quell’attentato ma anche le varie dichiarazioni: da Mattarella a Conte, dalla Casellati a Fico, ecc., ecc.

Ma chi se li legge? Forse, c’è curiosità più che altro per quello che afferma il Capo dello Stato e oggi ha inviato una lettera ai giovani delle scuole coinvolte nel progetto La nave della legalità. Belle parole, di certo. Personalmente, però, ho evitato di imbattermi volutamente su tutte le altre, di cui i feed dei social media sono pieni.

Quest’anno, tuttavia, c’è almeno una novità: il silenzio delle passerelle. Sì, c’è stata le deposizione delle corone (anche da parte del tanto chiacchierato ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ‘salvato’ dall’emergenza perché, in un’altra situazione, sarebbe stato costretto alle dimissioni o sfiduciato dal Parlamento, invece Italia Viva ha preferito tutelare la Ragion di Stato che sa tanto di andreottiana memoria). Però, almeno, ci siamo risparmiati il chiacchericcio di chi apre i cassetti delle proprie scrivanie per riprendere le dichiarazioni del passato e cambiargli qualche punto e virgola, nonché le sfilate delle auto blu.

Insomma, quest’anno il 23 maggio fa parte soprattutto della memoria addolorata di chi vive nella terra martoriata dalla mafia e da chi ha fatto affari con essa, soffocandone il vero progresso economico (a Palermo è ancora il tessuto lavorativo della Pubblica Amministrazione ad essere il principale rispetto agli altri, mentre di veri investimenti se ne vedono ancora pochi).

Inoltre, nonostante siano trascorsi 28 anni da quell’anno maledetto, è di certo cambiato l’atteggiamento mentale e la percezione della massa nei confronti della mafia ma non si respira ancora quel rinnovamento necessario che certifichi il ‘cosa nostra free‘ perché il timore del condizionamenti di quegli ‘scanazzati’ c’è sempre, così come resiste la cerchia che non può fare a meno di scendere a patti con loro per il proprio tornaconto personale.

Ci vorrà ancora una generazione, o forse due, affinché a Palermo si possa davvero arrivare prima all’isolamento e poi all’annientamento della mafia che, come diceva proprio Falcone, in quanto fenomeno sociale, è destinata a morire. Ciò che possiamo fare è accelerare questo processo, parlando di meno, agendo di più e confidando nell’estinzione di cosa nostra e dei suoi ‘congiunti’. Portiamo pazienza…

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Scritto da wp_4266113