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Quand’eravamo bambini, al parco giochi di via Eugenio l’Emiro, alla Zisa, quartiere centrale di Palermo, c’era una differenza di genere quando giocavamo.

Raramente maschi e femmine s’intrattenevano allo stesso modo. Il calcio era uno sport off-limits per le bambine e la pallavolo lo era per i bambini. Ma non perché qualcuno ce lo imponeva. Succedeva e basta e forse condizionati dai cartoni animati come Holly e Benji, Mila e Shiro e Mimì e la nazionale di pallavolo.

Poi, non c’era ancora in maniera palese l’elemento dell’attrazione… almeno fino a quando qualche compleanno si era aggiunto e qualche gioco diveniva una scusa per entrare in contatto con l’altra metà del cielo, andando oltre il convincimento che le bambine erano antipatiche e scontrose per natura.

Un gioco che univa i due universi era Strega Comanda Colore. Ve lo ricordate? In pratica la strega o lo stregone gridava un colore: «Strega comanda colore… rosso!». Poi, la fuga: l’unico modo per non finire sotto l’incantesimo della strega o dello stregone era toccare un qualsiasi oggetto del colore indicato.

Ok ma questo era il regolamento del gioco tradizionale… Alla Zisa ne applicavamo un altro. La Strega o lo Stregone non solo sceglievano il colore ma andavano all’inseguimento del bambino/bambina con quello addosso e, una volta toccato, c’era lo scambio di ruoli.

La differenza con le regole del gioco tradizionale è evidente: grazie a quello stratagemma, la strega o lo stregone sceglieva anzitempo chi toccare (sempre in maniera innocente, sia chiaro) e magari andava a caccia del bambino/bambina che più le/gli ‘stava simpatico/a’ (per dirla in maniera non freudiana).

Insomma, pensandoci bene, Strega Comanda Colore aveva quel quid di particolare che potrebbe benissimo finire in un saggio dedicato alla psicoanalisi sessuale dei bambini della generazione degli anni 80…

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