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Vi ricordate di muffa 21? Si tratta di uno dei tanti giochi che facevo con gli altri miei amici quand’ero bambino, tra gli anni 80 e 90. Non mi divertiva un granché così come tutti i giochi dove si doveva o inseguire o scappare da qualcuno. Tuttavia, rispondeva ad un istinto innato dell’uomo e, quindi, anche della sua versione più piccina: rincorrere una preda e scappare da un predatore.

Come funzionava? Semplice. Dopo avere sorteggiato con il pari e dispari o con altre modalità il primo inseguitore, ogni qual volta che si toccava un altro, anche solo sfiorandolo, partiva la conta da 1 a 21… E il 21esimo, alla fine, doveva ‘pagare penitenza‘.

Muffa 21, però, evidenziava anche un aspetto di qualche bambino in combutta con un altro: la superbia travestita in scaltrezza. Sì, perché non so se vi sia mai capitato di dovere fare i conti con due ‘furbetti’. Si accostavano l’uno all’altro e si scambiavano subito i tocchi con lo scopo di arrivare al più presto a quota 20 e da lì poi scattava l’ultimo e decisivo inseguimento. Quando mi capitava una cosa del genere, preferivo mettermi da parte e lasciare agli altri un gioco che smetteva ancora più di divertirmi.

E la penitenza? Beh, tra i maschiacci della Zisa – quartiere di Palermo – non era mai ‘leggera’ e spesso si optava per lo ‘schiaffo del soldato‘, un’autentica tortura di massa. In poche parole, dovevi dare le spalle al gruppo di schiaffeggiatori e porre la mano, aspettando la tumpulata su di essa, ovviamente sempre di intensità forte. E poi dovevi capire il mittente dello schiaffo, confidando, una volta fatto il nome, della sincerità dall’altra parte…

Vi ho sbloccato questo ricordo?

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