Mattia Santori, fondatore del Movimento delle Sardine.

C’è chi sta facendo confusione. Come nel caso del movimento 6000 Sardine, ormai palesemente legato al Partito Democratico.

Sì, perché ieri, su Twitter, è stato condiviso questo tweet: «Lo #IusSoli è una riforma di civiltà e non riguarda gli immigrati come allude la destra. Riguarda i loro figli, che sono nati, cresciuti ed hanno studiato in Italia. Basta disinformazione!».

Ebbene, a fare disinformazione sono state proprio le Sardine perché hanno confuso lo ius soli (diventato prioritario nel programma politico del neo eletto segretario del PD Enrico Letta) con lo ius culturae. Eppure, basterebbe una semplice ricerca su Google per capire la differenza e non commettere scivoloni.

Ricapitoliamo.

Ius soli è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Questo si contrappone allo ius sanguinis che indica, invece, la trasmissione alla prole della cittadinanza del genitore, sulla base pertanto della discendenza e non del luogo di nascita.

Ius culturae, invece, è il principio del diritto per cui gli stranieri minori acquisiscono la cittadinanza del Paese in cui sono nati e vivono, a patto che ne abbiano frequentato le scuole o vi abbiano compiuto percorsi formativi equivalenti per un determinato numero di anni.

Quindi, quando le Sardine parlano di ius soli ma fanno riferimento ai figli che «hanno studiato in Italia», non sanno quello che diffondono sui social, con tanto di hashtag #disinformazione.

Nel dettaglio, come riportato su Avvenire.it in un articolo del 19 giugno 2017 a firma di Alessia Guerreri, «I minori stranieri nati nel nostro Paese o arrivati entro i 12 anni di età possono diventare italiani dimostrando di aver frequentato regolarmente almeno 5 anni di percorso formativo. Possono essere uno o più cicli scolastici, oppure corsi di istruzione professionale triennali o quadriennali che diano una qualifica. Nel caso sia la scuola primaria, essa deve essere completata. Si tratta del cosiddetto ius culturae».

Premesso, che mi pare civile che non bisognerebbe attendere il 18° anno d’età per riconoscere la cittadinanza a un giovane nato in Italia e che si è formato in Italia, lo ius soli è tutt’altra cosa. E, bisogna rimarcarlo, contiene in sé un pericolo: lanciare un messaggio sbagliato al di là del Mediterraneo perché basterebbe che un bambino nasca in Italia affinché diventi italiano, dando un motivo in più per giungere da noi, sfidando le acque con il rischio di morire e pagando profunamente quei criminali e disumani dei scafisti.

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